CHA NO YU – 茶の湯

  • -

CHA NO YU – 茶の湯

Category : CULTURA

Cerimonia Giapponese del Tè

Maestro Sandro Savoldelli
Maestro c.n. 5° dan Jujutsu, Bujutsu e Istruttore di nunchaku sportivo, praticante di Tuina e massaggio Ayurvedico, praticante di pittura Sumi-e. Teishu di cerimonia giapponese del Tè. 
INFO: www.bushido.bs.it

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Sono molti anni che pratico la cerimonia del Tè (Cha no Yu) e negli anni ho scoperto molto di questo “mondo fluttuante” nascosto nelle pieghe di questa disciplina. Inizialmente nato come desiderio di ricerca di un attimo di silenzio dal mondo reale,
quasi un distacco dalla frenesia del mondo, ho approfittato dell’opportunità di fare da invitato per riuscire a godermi questo utile e impalpabile “qui e ora”. Vivere questo concetto non è facile, soprattutto per un occidentale legato a doppio filo a tradizioni molto lontane dai concetti delle filosofie Zen. Non ci si arriva subito, ma per mia personale esperienza posso dire che la necessità di un proprio momento di raccoglimento, assolutamente intimo, con se stessi è un ottimo inizio per cercare di fare “il vuoto” e ritrovare il centro perduto.

Da lì a mettermi in gioco per imparare quelle sequenze di gesti, rigore e ricerca della perfezione tipica nei panni di Teishu il passo è stato breve. Questa figura è paradossalmente simile al concetto di Maestro nelle Arti marziali, è depositario di una conoscenza e disponibile ad offrire la propria maestria in dono ad ognuno degli invitati alla cerimonia. Implementare così la mia pratica marziale con queste Arti orientali così misteriose e piacevoli, ha permesso di aprire un varco nelle discipline spirituali alle quali si sono poi aggiunti la meditazione e la pittura Sumi-E. Vorrei quindi procedere a dare qui una breve e stringata spiegazione e percorso che ebbe la bevanda nei secoli.

Il Tè e le sue proprietà straordinarie
Le catechine sono composti fitochimici che si trovano principalmente nel Tè verde.
Piccole quantità sono contenute nell’uva, nel Tè nero, nel cioccolato e nel vino. Le catechine principali presenti nel Tè verde [Camellia sinensis L. Ktze. (Theaceae)] sono epicatechina (EC), epigallocatechina (EGC), epicatechina-3 gallato (ECG) ed epigallocatechina-3-gallato (EGCG), il più potente. L’epigallocatechina-3-gallato (EGCG) è il composto polifenolico responsabile dei benefici per la salute legati al consumo di Tè verde. Sempre più prove suggeriscono che l’EGCG esibisce effetti anti infiammatori, anti-ossidanti e immunosoppressivi.

I potenziali benefici per la salute attribuiti all’EGCG includono effetti protettivi dal
cancro, miglioramento della salute cardiovascolare, sostenere la perdita di peso, proteggere la pelle dai danni causati da radiazioni ionizzanti e altri.
Gli studi clinici riguardanti le popolazioni indicano che le proprietà antiossidanti del Tè verde possono aiutare a prevenire l’arteriosclerosi, in particolare alle arterie coronarie. I ricercatori non sanno perché il Tè verde riduce il rischio di malattia cardiaca abbassando i livelli di colesterolo e i trigliceridi. Alcuni studi dimostrano che anche il Tè nero ha effetti simili. Infatti, i ricercatori stimano che il tasso di infarto diminuisce dell’11% con un consumo di 3 tazze di Tè al giorno.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Il Tè come bevanda
Il Tè ha una lunghissima storia e se ne hanno le prime notizie da testi storici cinesi circa duemilacinquecento anni fa, grazie ai primi fruitori e scopritori delle virtù della
bevanda ovvero i monaci buddhisti. Apprezzato dall’antica farmacopea dotta e popolare come stimolante, ma anche come medicamento o come tonico capace di alleviare la fatica, alleviare gli effetti dell’abuso dell’alcol e di rafforzare la volontà; i taoisti addirittura, favoleggiavano che potesse conferire la lunga vita.

Le proprietà di questo arbusto furono subito chiare ai monaci che subito si accorsero che bevendo questo infuso potevano fare delle lunghe sessioni di meditazione senza cadere addormentati o abbandonarsi al torpore delle membra dovuto al sonno. Della pianta del Tè e del suo uso possiamo fare una molto sintetica analisi, distinguendo le grandi epoche che hanno caratterizzato il tipo di utilizzo e lavorazione della pianta del Tè.

Nello specifico possiamo risalire a tre grandi dinastie di imperatori cinesi che hanno dato lustro al consumo e raffinamento dei metodi di lavorazione e coltivazione: la dinastia Tang (618-907), la Song (960-1127) e la Ming (1368-1644).
Dapprima utilizzato in maniera piuttosto rozza e utilizzato in tutte le sue parti: radici, fusto, gemme, foglie, veniva utilizzato per creare un decotto molto forte che i monaci consumavano comunemente.

La stessa preparazione veniva utilizzata dai contadini che abitavano gli altipiani del nord dell’India e della Cina meridionale dove, grazie alle condizioni di umidità e fertilità del terreno, l’arbusto della Camelia Sinensis ancora oggi cresce rigoglioso. Aggiunto nello stesso pentolone dove venivano bolliti vari elementi come fagioli, scorze di agrumi, radici o quanto vi era disponibile e certamente costituiva l’alimento più energetico e defaticante possibile.

Ancora oggi troviamo tracce di questo arcaico utilizzo nel Tibet e nel nord dell’India,
dove viene consumata la tsampa o champa, un Tè nero molto forte al quale viene aggiunto dell’orzo tostato o Gofio de trigo e latte o panna di Yak. Con il sorgere della dinastia Tang (618-907) il Tè subisce una prima fase di diversificazione, tentando di piantare gli arbusti in terreni diversi e scoprendo che le piante avrebbero dato profumi e risultati anche molto diversi in tazza.

Dovuti alla molteplicità di composizione del terreno e alla semplicità di coltivazione per quelle latitudini, le piante si diffusero presto in tutto il paese arrivando ai palazzi imperiali e alla nobiltà cinese che ne avrebbe decretato la bontà ed anche il destino. Verso la fine di questa epoca già si iniziava a consumare il tè utilizzando solo le foglie, essiccate e con aggiunta di acqua calda ma non bollente.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Il Giappone accolse i tre aspetti del bere tè codificati e diffusi in Cina: quello
medicinale, l’uso sociale e, infine, quello religioso.
Non è chiaro quando il tè fu portato per la prima volta in Giappone, ma lo fu certamente quando alcuni monaci giapponesi si recarono alla Corte dei Tang al seguito di diverse delegazioni inviate dagli Imperatori giapponesi, durante le epoche di Nara (710-794 ) e di Heian (794-1185).

Le prime notizie del tè in Giappone si legano alle vicende del bonzo Gyoki (668-749) del tempio Yakushi della città di Nara. Gyoki, nominato Amministratore generale del clero buddhista, nel corso di innumerevoli viaggi in tutto il Giappone, fece costruire templi, ponti, strade e fece bonificare ed irrigare intere aree. Fra l’altro, si narra, che avrebbe fatto piantare i primi semi di tè nei giardini di ben 49 templi e monasteri. Ma, a parte, l’incerta leggenda, la prima notizia sicura sul tè in Giappone è del 729, quando, un’ ambasceria di ritorno dalla Cina avrebbe portato all’Imperatore Shomu (701-756) alcune piantine che andarono ad arricchire i giardini imperiali.

Durante la dinastia Song (960-1127) la pianta costituisce parte del tesoro imperiale,
viene usato come moneta di scambio e soprattutto quale moneta di pagamento per i cavalli acquistati presso le popolazioni mongole del nord. La Corte Imperiale vi impose finanche il monopolio di Stato. In questo periodo si perfeziona il nuovo modo di preparare e bere il tè definita: infusione; eliminando tutto ciò che di superfluo vi fosse, le foglie quindi vengono fatte essiccare e poi lasciate pochi minuti in acqua non bollente.

Metodo che peraltro viene utilizzato ancora oggi in occidente dopo la diffusione planetaria che la pianta ebbe dal 1600 circa, grazie ai grandi esploratori e navigatori olandesi, portoghesi e inglesi che lo esportarono dai paesi orientali insieme alle spezie. E’ proprio durante la dinastia Song che si arrivò a perfezionare la preparazione delle foglie di Tè essiccate, macinandole a pietra e riducendole a una polvere finissima volatile che lasciata in tazza e con aggiunta di acqua e l’uso di un frullino di bambù crea una magnifica schiuma verde profumata così amata dalla nobiltà.

Nessuna descrizione della foto disponibile.
L’invasione mongola e l’avvento della dinastia Ming (1368-1644) nel XIII secolo, faranno scomparire completamente anche il ricordo di questa tecnica. Il vero sviluppo del tè nel paese del sol levante si ebbe quando il monaco Eisai (chiamato anche: Yosai, 1141-1215) lo reintrodusse in Giappone insieme agli insegnamenti del Buddhismo Zen di tradizione Lin–chi (in giap: Rinzai). Eisai si recò due volte in Cina, nel 1168 e nel 1187 e imparò l’uso del tè polverizzato dai monaci cinesi. Non conosciamo i gesti precisi, in uso in quell’epoca, per preparare il tè, ma gli utensili sono ancora quelli di oggi: un braciere, un bollitore per l’acqua, una frusta di bambù, una tazza e, naturalmente del tè verde in foglie seccate o in polvere.
Al suo ritorno in Giappone, Eisai iniziò la coltivazione delle piantine di tè nel giardino dell’Ishigamibo, sulla montagna di Seburi, nello Hizen. Poi, nel 1211, scrisse il Kissa Yojoki (“Bere il tè come arte per prolungare la vita”), dove sintetizzò la filosofia e le nozioni del Buddhismo sulla salute con l’arte di bere tè.
Per Eisai il tè era la più straordinaria medicina per coltivare la propria salute ed uno
dei segreti per ottenere una vita lunga e sana; inoltre, per il suo sapore amaro lo riteneva benefico per il cuore e un toccasana contro l’abuso dell’alcol. Così, quando il terzo Shogun Minanoto no Sanetomo cadde malato per le troppe libagioni, Eisai gli spedì del tè insieme ad una copia del suo libro. Lo Shogun guarì e divenne uno dei più accesi sostenitori dell’uso di bere il tè.

Così il tè cominciò a diffondersi anche fuori dai monasteri e dagli ambienti di Corte. Secondo la tradizione Eisai consegnò i semi del tè al bonzo Myoe (1173-1232) del tempio Kosanji, che lo avrebbe coltivato nella regione montuosa di Togano-o, ad ovest di Kyoto. Da lì, le piantine si diffusero in tutte le provincie centrali. Il tè di Togano-o crebbe in reputazione e prestigio per il sapore e la qualità, tanto che fu denominato:” Honcha”, ossia: ”Tè originario”, “ Tè vero”. Era un tè verde (“matcha”, o, secondo altre dizioni: “maccha”) che poi venne selezionato in base all’età delle piante. Questa tradizione è continuata fino ai giorni nostri :abbiamo infatti due tipi di Tè: il “Koicha” (“Tè denso”, più forte e carico), ottenuto dalle piante di età superiore ai 30 anni, e l’ “Usucha” (“sottile”), derivante dall’uso di piante più giovani.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Il bere il tè, reso popolare da Eisai, durante il periodo Kamakura fu spesso associato
con la rinascita dei precetti e della disciplina buddhista, e spesso, ricordando la guarigione dell’Imperatore, nei testi scritti a scopo di ammaestramento spirituale e
morale fu posto in rilievo come potesse contrastare le malattie causate dalla cattiva
abitudine dell’uso del vino. In quest’epoca, nei monasteri buddhisti giapponesi, si vennero codificando le prime regole e l’etichetta (Sarei) per la preparazione del tè. Ogni cosa doveva seguire i precisi dettami di provenienza continentale, cioè cinese. Come attestato da Eisai ed in seguito anche dal monaco Dogen (1200-1253, il fondatore della scuola giapponese dello Zen Soto) anche nell’Impero del Sol Levante, fu tradotto e si diffuse il “Chanyuan Qinggui” (“Regolamento di Purezza per i Monasteri Ch’an”) un codice di comportamento scritto, nel 1103, dal bonzo Zong Ze che dava precise indicazioni su come, momento per momento, dovessero comportarsi i monaci. Nel codice vennero dettate anche le normative rituali per le cerimonie in cui doveva essere utilizzato il tè.

Alla fine dell’epoca di Kamakura (1135-1333), il bere tè travalicò i confini dei chiostri e dei monasteri e coinvolgendo sempre più persone: prima le famiglie aristocratiche dei mecenati che gravitavano attorno ai templi, poi la classe militare, i samurai, che in questa pratica vedevano esaltati i loro ideali ( lucidità mentale, ritualità che coinvolgeva il corpo e la mente, rapporto capo-gregario, ecc.. L’uso iniziò a diffondersi anche presso le classi sociali più umili e, verso la fine del 1300, davanti al Toji, un importante tempio del Buddhismo esoterico Shingon, situato nel quartiere Minamiku di Kyoto), comparve una prima bottega che vendeva tazze di tè per poche monetine.
L’aumento dei consumatori ne incrementò anche la coltivazione e si diffusero, sempre di più, i “Cha Kai”, “Riunioni per bere il tè” dove i “ Daimyo” (i feudatari) ed i samurai più ricchi potevano mostrare, con orgoglio ed ostentazione, nello “Shoin”, la zona più formale della casa, su mensole laccate (“daisu”), gli utensili e le tazze da tè più belle, rigorosamente di provenienza cinese (karamono). Lo “Shoin “che poteva essere anche elaborato e sfarzoso, nella sua forma più essenziale era una semplice stanza con “tatami” (stuoie di paglia di 90 x1.80, ma la misura poteva variare) sul pavimento e “tokonoma”, una specie di alcova dove appendere dipinti o calligrafie.

In seguito, forse come degenerazione di questi incontri conviviali, il tè cominciò ad
essere bevuto in incontri e “tornei” (Tocha) in voga tra l’aristocrazia. Durante queste
riunioni i partecipanti (seguendo le modalità stabilite in analoghe competizioni in uso a Corte, per individuare incensi e profumi) dovevano indovinare il luogo d’origine delle foglie di tè che erano servite a preparare la bevanda. Generalmente i contendenti dovevano individuare la bevanda preparata con le foglie delle piantagioni di Toganoo (“Honcha”, il cosiddetto: “Tè vero”) da quello prodotto nelle altre regioni (conosciuto come: “Hicha”, cioè:”Non Tè). Il fiorire dei “ Tocha” spinse il consumo del tè in una direzione opposta a quella indicata dai monaci Zen che invitavano alla calma, alla sobrietà, alla semplicità e alla moderazione. Chi prendeva parte a questi “ tornei di tè” cercava il divertimento sfrenato, il non usuale ed il bizzarro. La cosa non ci deve sorprendere perché l’estetica giapponese è stata sempre costantemente tesa tra questi due estremi apparentemente antitetici: da una parte il richiamo all’austera semplicità, dall’altra il desiderio della novità, dell’ostentazione e delle fastose cerimonie.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Nei monasteri Zen del periodo Ashikaga, i monaci praticavano severe meditazioni per ottenere l’illuminazione durante le attività normali della vita di tutti i giorni. Per loro bere il tè fu una attività che poteva essere considerata come una specie di meditazione in azione, in movimento.

L’ arte di bere il tè si diffuse anche fra i mercanti e nacquero nuove, affascinanti, tendenze estetiche. Si narra che fu proprio il Maestro Zen Murata Shuko ad introdurne l’uso. Con Shuko ebbe, probabilmente, origine lo stile “Wabi” della cerimonia del tè: il “Wabi Cha”. La parola “Wabi” (dal verbo:”wabiru”) è di difficile traduzione ed è portatrice di infinite costellazioni di significati, fra questi quelli di solitudine e distacco, di bellezza tranquilla e austera da assaporare nel silenzio, ma anche di imperfezione, incompletezza e irregolarità, di stupore che si prova di fronte a ciò che si dà spesso per scontato, di rimpianto per qualcosa di fortemente desiderato ma non ottenuto o perso, di povertà voluta e ricercata come oggetto di apprezzamento estetico.

Il momento di massimo splendore dell’arte del tè coincise con l’epoca del “maestro de maestri” Sen no Rikyu (1522-1591) che dette vita alla forma più spirituale della cerimonia del tè. Con lui la cerimonia del tè raggiunse la perfezione dello stile informale “So” e la completezza dello spirito “Wabi”.

Il periodo storico nel quale visse Sen no Rikyu fu ricco di cambiamenti sociali e culturali. A Kyoto, l’antica città capitale l’Imperatore pur conservando la sua aureola di sovrano carismatico, era tenuto prigioniero dalle più potenti famiglie feudali della
regione. Anche lo Shogun, il Governatore militare ereditario dell’Impero, aveva perso
molto del suo prestigio e della sua potenza. Sen no Rikyu fu molto più di un semplice Maestro di tè e divenne il miglior consigliere di Oda Nobunaga sia nelle cose private che nelle decisioni politiche e militari . Nel 1582 Nobunaga fu assassinato e gli successe un suo generale, Toyotomo Hideyoshi (1536-1598), anch’egli raffinato esteta ed appassionato della cerimonia del tè. Sen no Rikyu mantenne lo status di Maestro di tè anche se ebbe incarichi politici e diplomatici. Fu in questo periodo che iniziò a rivoluzionare l’arte della Cerimonia del Tè.
Sen no Rikyu fu, anche, l’inventore del “Nijiriguchi”, il piccolo ingresso sollevato, che
introduceva direttamente nel “chashitsu”. Serviva a separare gli ospiti dal resto del
mondo, costringendo tutti ad un atteggiamento di semplice umiltà, oltre ad essere
segno di eguaglianza sociale. Tutti gli ospiti, senza distinzioni, erano costretti, infatti,
ad entrare nello stesso identico modo, attraverso lo stretto pertugio, prima di potersi sedere sui “tatami”.
Sen no Rikyu, nella sua ricerca di raccoglimento e di semplicità ispirata dal Buddhismo Zen, intuì l’importanza di un altro elemento architettonico: il “Roji”, un sentiero di pietre davanti alla capannina da tè. Il “Roji” fu molto amato nei secoli seguenti e divenne parte essenziale dei cosiddetti “giardini Zen”.

 Il cha no yu si diffuse in tutti gli strati sociali e divenne un nuovo modo di socializzazione; chi poteva permetterselo iniziò a collezionare tazze e utensili da tè provenienti dalle collezioni dei signori feudali. Questi nuovi appassionati del cha no yu amarono definirsi : “ Kindai Sukisha”: ossia” Persone dai gusti raffinati”. Poi, grazie all’opera di un grande pensatore giapponese Okakura Kakuzo (Tenshin, 1862-1913), che scrisse, in inglese, il famosissimo “The Book of Tea”, anche l’Occidente iniziò a conoscere il mondo del Cha no yu.

Nessuna descrizione della foto disponibile.